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Cambiamenti climatici

Dal 2002 la stazione LOM1 (Val Masino) è entrata a far parte della Rete Italiana per le Ricerche Ecologiche di Lungo Termine (LTER Italia) che a sua volta è inclusa nella rete europea LTER-Europe e dal 2006 fa parte della Rete Internazionale LTER (ILTER), che riunisce oggi 40 Paesi dei cinque continenti.
Le ricerche ecologiche di lungo termine sono quelle che considerano un intervallo temporale superiore a dieci anni e sono considerate la base scientifica di riferimento per distinguere processi ecologici naturali che si manifestano su lunghi intervalli temporali, da quelli derivanti  dall’impatto di attività antropiche a scala globale, quali il cambiamento climatico e/o l’alterazione del ciclo dei nutrienti, in particolare l’azoto. La disponibilità di lunghe serie di dati ecologici consente inoltre di valutare l’efficacia delle azioni di recupero di ambienti che abbiano subito alterazioni quali, ad esempio, l’eutrofizzazione, l’introduzione di specie alloctone e la contaminazione del suolo, diventando strumento di pianificazione e di verifica nella gestione delle risorse e del territorio. La ricerca ecologica a lungo termine permette anche di cogliere o interpretare eventi inusuali o anomali (ad esempio, condizioni meteoclimatiche eccezionali, infestazioni da insetti, ecc.), che in alcuni casi si rivelano particolarmente critici e in grado di condizionare fortemente i processi ecologici.
Gli studi ecologici a lungo termine richiedono: i) la scelta di scale di osservazione adeguate a cogliere i processi in atto, ii) un approccio di indagine fortemente interdisciplinare,  iii) l’utilizzo di metodiche osservative che garantiscano la qualità dei dati raccolti e la loro confrontabilità con dati provenienti da altri siti, e iv) l’applicazione di  procedure analitiche standardizzate che permettano un utilizzo dei dati funzionale alla previsione dell’evoluzione dei sistemi naturali.
Gli ecosistemi alpini si sono rivelati ambienti estremamente sensibili al cambiamento delle condizioni climatiche e ad altri fenomeni di scala globale, come l’aumento delle deposizioni atmosferiche di azoto. I cambiamenti osservati sia a livello idrologico che di composizione delle specie animali e vegetali dimostra la propensione degli ecosistemi montani ad amplificare i cambiamenti ambientali e quindi a funzionare come dei campanelli d’allarme del “global change”.
La presenza stagionale del manto nevoso può amplificare i segnali climatici a causa dell’immagazzinamento e del rilascio improvviso di acqua e soluti durante lo scioglimento della neve. L’elevata variabilità morfologica (substrato geologico, pedologia, pendenza, etc.) che caratterizza il paesaggio montano determina una enorme variabilità delle condizioni metereologiche, idrologiche, criosferiche ed ecologiche che possono cambiare notevolmente in spazi ristretti. Le caratteristiche estreme di questi ambienti rendono particolarmente vulnerabili gli organismi che in essi vivono e contestualmente anche i processi biogeochimici sono condizionati da lievi cambiamenti di molti parametri ambientali.
I cambiamenti globali nelle regioni montane hanno ripercussioni importanti sull’umanità dal momento che un sesto della popolazione mondiale risiede in bacini fluviali alimentali dallo scioglimento della neve o dei ghiacciai. I cambiamenti stagionali delle portate e in particolare la riduzione dei volumi d’acqua causata dalla riduzione dei ghiacciai o dalla diminuzione delle precipitazioni nevose può avere effetti negativi sia sulla popolazione umana che sul funzionamento globale dell’ecosistema. Per questi motivi è cruciale comprendere come i processi idrologici, i cicli biogeochimici e l’abbondanza e la diversità delle specie negli ambienti alpini possano rispondere a un insieme di cambiamenti riguardanti non solo il clima ma anche la deposizione atmosferica di inquinanti come ad esempio l’azoto inorganico. La conoscenza di questi processi è fondamentale per elaborare strategie gestionali che consentano un utilizzo sostenibile delle risorse naturali.
Le serie storiche disponibili per la stazione LOM1 in Val Masino, oltre ai dati meteorologici e idrologici, riguardano la chimica delle deposizioni atmosferiche in campo aperto e sottochioma,  dal 1995 al 2013 , la chimica del torrente Masino dal 1997 al 2013 e la chimica della soluzione circolante  dal 2005 al 2013.
Come esempio viene riportato l’andamento della concentrazione del solfato nelle deposizioni sottochioma che mostra una diminuzione altamente significativa in analogia con altre stazioni alpine in Europa e negli USA.